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| Mouse on Mars, Parastrophics, Monkeytown, 2012 |
Mi è capitato talvolta di ripensare con nostalgia a quella rudimentale console, non tanto col desiderio di riperdermi in interminabili sessioni di gioco, ma con la speranza di poter riascoltare i suoi suoni metallici ed elettronici. Ricordo musiche veramente piacevoli, tanto accattivanti da voler ritardare la conclusione di un livello per poter riascoltare il tema di quel mondo. Normalmente la durata di ogni brano era molto breve, ripetendosi all'infinito in una spirale di ritornelli, altre volte si ascoltavano veri e propri brani in formato midi. Non ero l'unico appassionato delle melodie Nintendo, a casa mia diverse erano le persone che smanettavano sul Game Boy con le cuffie nelle orecchie, e non certo per ascoltare l'accumularsi dei punti dal monotono suono di pioggia di cristalli.
Ho cercato inutilmente di procurarmi su internet quelle colonne sonore della mia infanzia col risultato di ottenere dei suoni sintetici, fortemente artificiali, piatti, niente che avesse a che vedere con quello ancora vive nella mia memoria, fino a quando ho ascoltato il nuovo album dei Mouse on Mars.
Conoscevo e apprezzavo già il duo tedesco per l'ironico e ipnotico Iaora Tahiti, disco ormai stagionato -uscì nel '95- ma comunque fresco -lo riascolto periodicamente, per dire, ha fatto da sottofondo ai miei primi spaghetti alla bolognese-, così appena ho saputo della loro nuova uscita -ero convinto non esistessero nemmeno più- dopo anni di silenzio, non ho esitato: ecco il prossimo disco!
Profondamente diverso dall'altra unica opera che conosco, Parastrophics appare un'accozzaglia di insoliti suoni, ravvivati qua e là da ritmi più o meno trascinanti e misteriose voci che potrebbero provenire dal mondo Nintendo. È difficile seguire la logica dell'album, come se mancassero degli elementi per potersi muovere e perdere agilmente nei suoi suoni, come se mancasse un gioco su cui appoggiarsi. Sembra che Parastrophics sia stato spogliato della sua natura di sottofondo per raggiungere il più ambito ruolo di musica, mancando tuttavia di una grande componente: salvo qualche episodio è estremamente complicato riuscire a entrare nei pezzi, riuscendo ad ascoltarli solo come supporto per qualcos'altro, comprendendo a fatica la loro struttura e ragione. Il disco comunque accelera, e se all'inizio è difficile ingranare, pian piano parte, arrivando a capitoli davvero potenti, in cui la preparazione iniziale trova giustificazione e il ritmo pervade l'ascoltatore, fino a esplodere nell'intenso finale, momento in cui l'album arriva davvero a compimento.
Che sia una competizione, una battaglia o un semplice tetris, per funzionare c'è bisogno della musica adatta. Parastrophics è quella giusta, per qualsiasi videogioco.

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