domenica 16 dicembre 2012

Chromatics - Kill for Love

Chromatics, Kill for Love,
Italians Do It Better, 2012
L'avrei dovuto capire sin dall'introduzione. Aprire un disco con una cover è una pessima presentazione, tanto più se il pezzo in questione è fin troppo noto e la versione proposta non è carica come l'originale ma si limita a riproporne accordi e melodia, spogliandolo della calda densità che lo contraddistingueva per ammantarlo di una fredda e artificiale contrizione. Avrei dovuto averne la certezza quando i pezzi che seguivano quel poco riuscito preludio non aggiungevano nient'altro alle prime impressioni, anzi confermavano quella sensazione d'irritazione che provavo. Avrei dovuto, ma troppe recensioni entusiastiche mi hanno fatto desistere e ho permesso loro di farmi convincere che avrei dovuto dare un'ulteriore occasione ai Chromatics e al loro quarto album, perché in effetti un solo ascolto dei primi tre brani era troppo poco per accantonare il progetto, così ho proseguito, e poi, la copertina continua a piacermi e non mi dispiace vederla lì in alto a sinistra. Inoltre mi affascinava la possibilità di un intervento convintamente negativo.

Deciso ad andare fino in fondo ho ricominciato da capo l'ascolto. Ripercorrendo i primi tre brani l'irritazione si è trasformata in sorpresa: mi chiedevo come fosse possibile che questo fosse l'album di cui avevo visto parlare così tanto e bene. Bisogna sapere che prima di ascoltare un album cui voglio dedicarmi evito categoricamente la lettura di recensioni e interpretazioni di critica o ascoltatori, onde evitare qualsiasi influenza esterna alla mia immaginazione e al mio giudizio; non appena capisco quale sarà il successivo disco su cui concentrarmi, smetto immediatamente di ricercare informazioni al riguardo. Questo procedimento ha fatto sì che di alcuni futquo non conoscessi nemmeno il genere, e se talvolta ciò è stato all'origine di una gradita sorpresa, in questo caso si è rivelato una delusione.
xx, le due lettere che mi hanno attraversato la mente durante l'ascolto, e anche se gli americani Chromatics sono in giro da un bel po' di tempo prima dei giovani inglesi, alle mie orecchie il primato di quel suono gelido e distaccato resta agli xx, ed anche qui regna una ricercata sofferenza, un giovanilistico spleen annoiato e tenebroso voluto ad ogni costo, e la lentezza, gente, la lentezza. Al contrario degli xx, fenomeno comunque pop di facile commercializzazione, qui vi sono delle pretese d'appartenenza ad una élite, ma le lunghe suite di soporiferi suoni che cercano di rendere seria la tragicità di posa del gruppo cozzano contro gli squallidi vocoder da revival anni novanta che qua e là appaiano. Forse l'idea era quella di dare uno spessore a meccanismi tipici della musica "facile", ma rallentare i tempi non significa per forza intensificare le emozioni, ripetere di continuo il medesimo passaggio non rende il tema più incisivo.
Al di là di ogni considerazione resta sempre il piacere dell'ascolto, che purtroppo raramente ho provato grazie ai Chromatics, ritrovandomi anzi con l'amara nostalgia per il 1993 degli Ace of Base.

Ho provato a chiudere gli occhi, lasciarmi coinvolgere dalla musica, e mi sono ritrovato sprofondato in un'oscurissimo oceano, trascinato verso il basso, mentre il blu della superficie diventava sempre più nero e lontano. Cercavo di opporre resistenza, ma il mio corpo era attirato dall'abisso ignoto e spaventoso. Dimenarsi non serviva a nulla, perché ormai ogni possibilità di salvezza era svanita, e imperterrita la mia discesa procedeva, i miei polmoni si riempivano di acqua e di sale, e il giorno diventava notte, anche se sapevo che il sole era ancora alto sopra di me.

Lady by Chromatics on Grooveshark

sabato 8 dicembre 2012

Jason Lytle - Dept. of Disappearance

Jason Lytle, Dept. of Disapperance,
Anti, 2012
Prima di internet c'erano i negozi di dischi. Ci sono ancora, ma solo prima di internet erano il luogo da cui attingevo per conoscere nuova musica, e una volta, quando ancora ero un ragazzino che non conosceva le potenzialità della rete o che semplicemente non aveva la banda larga, mi trovai in libera uscita in uno di questi a Londra. I nomi dei gruppi sugli scaffali erano diversi da quelli presenti in Italia, mai sentiti o a lungo invano cercati in patria e così approfittai della situazione acquistando senza indugiare tre dei dischi che mi avrebbero segnato per i successivi anni. Il bottino comprendeva uno scontatissimo a sole 5 sterline Yoshimi Battles the Pink Robots dei Flaming Lips, una raccolta di due vecchi LP, Tadpoles e Keynsham, della Bonzo Dog Band e infine l'allora inedito Sumday dei Grandaddy.
Era la prima volta che mi azzardavo all'acquisto di artisti mai ascoltati prima e devo riconoscere di aver avuto fortuna: ogni album apparteneva ad un mondo diverso, ognuno dei quali diventò immediatamente mio, permettendomi di approfondire il nascente interesse per la musica.
Li ascoltai a non finire, imparando a conoscerne ogni dettaglio e maturando grazie ad essi un gusto personale e indipendente. Nel giro di breve tempo entrarono tutti e tre nell'ancora ristretta cerchia degli artisti preferiti in cui finalmente adesso comparivano dei gruppi ancora in vita. Si può quindi comprendere il mio disappunto quando qualche anno dopo, nel 2006, venni a sapere che Just Like the Fambly Cat sarebbe stato l'ultima opera dei Grandaddy, che di fatto sanciva lo scioglimento del gruppo. L'album era imperniato da una certa nostalgia, come se volesse far intendere che la fine era inevitabile, e questa ne era la maestosa espressione.
Sapevo già da tempo che dietro il nome Grandaddy si nascondeva il genio del suo leader, Jason Lytle, ma scoprire che l'intero ultimo disco della band -e il meraviglioso EP precedente- fosse stato scritto e suonato (quasi) esclusivamente da lui mi sorprese: capii che il progetto era cambiato, ma la sostanza rimaneva la stessa.
Cominciai così ad aspettare l'ufficiale debutto solista di Jason Lytle, intanto crebbi. Quando Yours Truly, The Commuter uscì, ascoltai con piacere che insieme a me anche la musica di Jason Lytle aveva raggiunto una nuova forma, intima e delicata. La mia passione per i Grandaddy avrebbe continuato a crescere.

Ho aspettato prima di ascoltare Dept. of Disappearance, volevo il momento adatto, l'intimità di cui avevo bisogno per poter approfondire quella relazione musicale intrapresa più di un decennio fa. Lontano da casa, proprio come quella volta in Inghilterra, ma con la stessa musica nelle orecchie, anche se diversa. C'è una tristezza di fondo in queste melodie, una fragile malinconia che si respira dall'inizio alla fine, un senso di solitudine che mi si appiccica addosso, eppure mi viene da pensare a quanto sia bello tutto ciò. C'è una flebile voce a rassicurarmi di fronte al buio dell'inverno che sta per arrivare, e anche se gli arrangiamenti appaiono grossolani nella loro imprecisione, quasi a sottolineare la naturale semplicità dei brani, c'è una monumentalità che si staglia imponente di fronte a me, ma che potrebbe spezzarsi con un tocco tanto è fragile. E poi arrivano quei momenti in cui tutto si scioglie, e allora lascio andare un sospiro di sollievo, pensando che la musica sarà sempre al mio fianco, qualsiasi cosa succeda, qualunque, ci sarà sempre la sua atmosfera che mi riscalda, mi riempie e mi

intanto, i Grandaddy si sono riuniti.

Willow Wand Willow Wand by Jason Lytle on Grooveshark

sabato 1 dicembre 2012

Godspeed You! Black Emperor - Allelujah! Don't Bend! Ascend!

Godspeed You! Black Emperor,
Allelujah! Don't Bend! Ascend!
Constellation, 2012
Dopo l'euforia iniziale, in cui entusiasticamente si abbracciano a rotazione gli strumenti disponibili, e aver sperimentato ogni possibile capriccio amplificato, arriva il momento in cui ci si accorge che forse sarebbe stato meglio provare prima per bene qualche pezzo invece di fiondarsi in sala prove con l'illusione che suonare con altre persone sia altrettanto semplice del farlo da soli. Un paio di sessioni siffatte dovrebbero avermi insegnato che il gruppo ha bisogno di studiare, è necessario un affiatamento niente affatto scontato per poter realizzare qualcosa che valga, eppure mi è accaduto più volte di presentarmi in sala prove impreparato come il resto della ciurma, e il processo si ripete: esaurite le novità del luogo, ci si ritrova con il semplice interrogativo, "e ora?". Se si escludono i tentativi di istruirsi vicendevolmente riguardo un ipotetico brano da eseguire, a questo punto rimane l'alternativa dell'improvvisazione. Una volta mi successe qualcosa di strano. Mi trovavo alla chitarra ed eravamo finalmente approdati al dilemma: in tacito accordo scegliemmo la pericolosa via dell'improvvisazione. Incominciai a far risuonare delle note, lente e ripetute, sempre le stesse tre, mentre intorno a me si stava erigendo un muro sonoro che evidenziava la solennità del mantra che stavo eseguendo. Ero concentrato sulla mia parte, ma allo stesso tempo sentivo di appartenere ad un disegno più ampio che coinvolgeva tutti gli elementi, ognuno racchiuso nella voce del proprio strumento, che insieme andavano a formare un unico essere, dove nulla prevaleva ma si trovava al posto giusto. Riuscivo a sentire la voce del gruppo. 

Un'opera in quattro movimenti, dove il rumore si trasforma in suono, sublimandosi in sinfonia. Senza i limiti di tempo e significato tipici della canzone, la musica dei Godspeed You! Black Emperor cresce imponente, lasciando che siano i suoni a comunicarsi in tutta la propria essenza. I tempi si dilatano, i minuti scorrono mentre mi sento preda delle vibrazioni e delle scene che stanno dipingendo intorno a me. Schizzi di inquietudine, l'impressione che stia per accadere qualcosa, ancora non mi è dato di sapere della sua bontà, ma ne percepisco l'importanza. Lentamente, e solo dopo una preparazione maturata in lunghe sedute, il velo si scosta e mi viene mostrata l'accecante verità. Distolgo lo sguardo tanto brilla, ma ne sono attratto e allora ritorno a guardare, e come a premiare il mio coraggio, la musica mi pervade, accendendomi proprio come ciò che sto fissando, e sento il giallo che sprigiono.

Un disco monumentale, che, se inizialmente mi aveva lasciato indifferente intuendone comunque la mole, con l'avanzare degli ascolti mi accorgo di quanto sia profondo e gigantesco. Un'illuminazione, che coi mezzi relegati a quello che fastidiosamente viene detto classico, mette in luce il potere della musica, la sua espressività, la catarsi che ne deriva. Un atto d'amore, quello che ho sentito mentre i violini si lasciano trasportare su un tappeto di chitarre ossessive e il procedere trascinato dei ritmi, fino a raggiungere la tanto ambita sospensione, e poi di nuovo, ancora e ancora.
La voce del gruppo, qualche volta mi è successo di farne parte, e ad ascoltare i GY!BE avviene anche senza uno strumento.

Post-rock lo chiamano, ma in futuro lo si dovrà cercare sotto classica.

We Drift Like Worried Fire by Godspeed You! Black Emperor on Grooveshark

venerdì 23 novembre 2012

Flying Lotus - Until the Quiet Comes

Flying Lotus, Until the Quiet Comes,
Warp, 2012
Rosso intenso. Un rosso vermiglio, di quelli che sgocciolano densi, al rallentatore, si allunga verso il basso, stirando il proprio colore senza intaccarne lo splendore, e poi si lancia placidamente verso il suolo, fino a sbatterci sopra, ma con dolcezza, spargendosi tutt'intorno. Un'altra goccia si affaccia timidamente dall'alto, come per vedere cosa sia successo, lentamente si protende verso di me per poi abbandonarsi in una caduta silenziosa, raggiungendo le tante macchie che già popolano il pavimento. Da sotto il tavolo non capisco la provenienza delle lacrime che mi piovono davanti, mi lancio quindi nella macabra ipotesi di un polso aperto appoggiato sulla superficie lignea, sommerso nel sangue che gli scorreva dentro e che scivola ora verso il bordo. Osservo i rossi rivoli che si vanno a creare di fianco ai miei piedi ed escludo la congettura appena formulata a favore di un più probabile rovesciamento della boccetta dell'inchiostro, che dimentico dei fogli traccia adesso incomprensibili disegni per terra, animato dal desiderio di comunicarmi qualcosa. Senza nessuna stilografica che lo guidi lo vedo muoversi confuso e indeciso sulle direzioni da prendere, eppure sono sicuro che stia seguendo un percorso, forse un istinto. Attendo.

Un sapore trip-hop in sfrigolature acid dalle sfumature free jazz e intenzioni dubstep, se solo sapessi cosa voglia dire. Ci potrei aggiungere l'atmosfera ambient e l'atteggiamento lounge, sorretti da impalcature elettroniche. Una martellante sofferenza ricopre delle lande desolate evocate dai suoni alienati e irregolari, e in mezzo alla confusione e all'irrequietezza percepisco il dolore, quello della solitudine. Un solo colore, il rosso, opaco e intenso, è quello che la mente mi offre mentre ascolto Flying Lotus, e per quanto io mi sforzi a cercare altre tonalità l'immaginazione torna sempre alla sua prima impressione, così intensa e definita, spaventosamente nitida. Le voci degli ospiti che di tanto in tanto compaiono nel disco non spezzano la catena di suoni, pennellate musicali che ritraggono un disordine ossessionato dalla sua stessa natura, ma anzi entrano in simbiosi con essi, e la loro evocazione musicale prevale su quella lirica. Melodie sgrammaticate, interrotte e riprese, abbozzate e dimenticate, Steven Ellison non si cura di compiacere l'ascoltatore o di assecondare il suo desiderio di voler riascoltare qualcosa di già sentito, e allora ecco che la sua musica intraprende direzioni sempre impreviste, eppure dalla prima all'ultima traccia si intuisce l'appartenenza ad un contesto, in cui ad ogni brano è affidata una parte del disegno complessivo. Si coglie una ragione, la cui interpretazione talvolta passa anche solo per un colore.

Rosso, dappertutto.

The Nightcaller by Flying Lotus on Grooveshark

sabato 17 novembre 2012

The Raveonettes - Observator

The Raveonettes, Observator,
Vice Records, 2012
Quando ero piccolo, molto piccolo, ero convinto che "la canzone" fosse stata inventata da un preciso gruppo nei lontani anni '60, e quando dico "la canzone" non intendo un pezzo che mi entusiasmi particolarmente, ma proprio il "formato canzone", un brano musicale cantato di tre minuti. Forse nella mia ingenuità credevo davvero che prima del '62 a nessuno fosse venuto in mente di usare la voce come strumento e le parole come supporto, o addirittura che prima di allora non esistesse l'idea di musica -terribile pensiero. Ovviamente non troppo tardi mi accorsi che i Beatles, così si chiamava il gruppo che mi trasse in inganno, non erano altro che un episodio neanche troppo originale di un certo momento storico musicale, che tanti avevano preceduto e altrettanti avrebbero seguito. Il potere del marketing e della sua banalizzazione erano però riusciti a ridurre la storia della musica in pochi nomi -Beatles, Elvis, Michael Jackson (...)- e dal momento che quelli di Liverpool erano i più anziani pensavo che a loro si dovesse il prodigio della musica. Poi crebbi, e seppure mi accorsi di essere stato vittima di un tranello ci ricaddi nuovamente: qualcuno mi disse che il rock'n'roll, quello che in questa seconda fase della mia vita credevo essere il primo genere della musica moderna, nacque nel '54 con la registrazione di Rock around the clock di Bill Haley & His Comets. Le nozioni sono così tranquillizzanti, permettono di ridurre ogni complessità in poche date, e il 20 maggio 1954 fu quella che mi permise di liquidare la faccenda musicale. Eppure non ero soddisfatto, in fondo non avevo fatto altro che anticipare di otto anni la certezza precedente, e mi venne il dubbio che forse avrei potuto spingermi ancora indietro, e poi ancora, e ancora.. quando venni a sapere che O sole mio era stata composta addirittura nel diciannovesimo secolo, finalmente capii che il fenomeno della canzone è qualcosa che accompagna gli uomini forse da sempre, da quando riunendoci intorno a un fuoco abbiamo cominciato a pestare dei bastoni sulle pietre e a far uscire dei suoni dalla bocca.

I tempi cambiano, gli strumenti pure, ma la necessità e la voglia di cantare restano.
La canzone è il mezzo più immediato per arrivare all'ascoltatore, senza spaventarlo e offrendogli una gamma di sentimenti incredibili nonostante il limite imposti dalla breve durata e dall'eterno susseguirsi di strofa e ritornello, eventualmente ponte. I Raveonettes sono fedeli alla Canzone, e armati solo dello stretto necessario, riducendo al midollo ogni possibile tecnicismo e alzando al massimo i riverberi e le distorsioni in sottofondo, offrono un breve compendio di cosa voglia dire fare canzoni oggi. Sono consapevoli di appartenere a un'epoca, non hanno la pretesa di fare qualcosa che la sovrasti, ma la raccontano. Testimoni del presente, sfruttano abilmente l'essenza indie proponendone le atmosfere, appoggiandosi su chitarre che si rincorrono lanciandosi in note cadenzate e arpeggi monotonamente ossessivi, pianoforti meditabondi e angosciati, batterie forti e penetranti. Semplici riff che ripetono il tema principale, cori abbozzati, duetti improvvisati e una trasandatezza di fondo, col suono sporco ed elettrico a evidenziare ogni imprecisione piuttosto che a nasconderla.
Cultori della regola dei tre accordi, raramente in un brano si spingono oltre e quando lo fanno l'impressione della semplicità e dell'immediatezza resta comunque.

Oggi non faccio più l'errore di un tempo, e anche se è vero che i Raveonettes non hanno inventato nulla di nuovo, comunque lo sanno fare bene.

Curse the Night by The Raveonettes on Grooveshark

venerdì 9 novembre 2012

Zammuto - Zammuto

Zammuto, Zammuto,
Temporary Residence Ltd., 2012
Mi è successo un'altra volta. Attirato dalla rotondità del suono non potevo immaginare che dietro il progetto Zammuto si nascondesse un uomo, che di nome fa Nick, di cognome Zammuto. I cognomi e il loro essere ormai ridotti ad ammassi letterali privi di senso mi attraggono più di quanto voglia ammettere. Zammuto, un cognome, un nome o un gruppo, ma fin dall'incipit mi accorgo essere una sigla col semplice compito di designare il self-titled, e la creatura che racchiude.

Un clima asettico, sterilizzato al fine di compiere una sofisticata operazione, il delicato passaggio da materia a vita. Nessuno zombie, non si riporta sulla terra alcun essere deformato dalla morte, tutto il contrario. Il progresso ha raggiunto un punto di svolta, la tecnologia si sveglia, i computer acquistano coscienza. Automi ancora legati nei loro movimenti iniziano a prendere confidenza con la loro nuova natura, ci viene presentato l'incredibile e misterioso passaggio da macchine ad animali.
La differenza che ha sempre distinto gli uomini dagli altri abitanti del pianeta è l'intelligenza, la capacità di adattamento alle circostanze e di memorizzazione attraverso la collettività, l'umanità appunto, ed è stato ciò che ci ha permesso di arrivare a sistemi complessi e sovrastrutturati come quelli che popoliamo e immaginiamo. Sono dell'idea che a un certo punto dell'evoluzione sia successa una cosa straordinaria alla nostra mente e alla percezione che abbiamo di noi stessi. L'incessante e naturale avanzata verso l'ignoto ha dovuto trovare una giustificazione razionale, ed affinché il nostro desiderio di comprensione riuscisse a concepire l'infinito e l'infinitesimo, il tutto, siamo giunti ad ingannarci, assegnando al nostro corpo e ai nostri impulsi nervosi una natura metafisica, che andasse oltre alle capacità che disponiamo: l'invenzione dell'anima e della consapevolezza che ne deriva.

Non tanto i suoni, ché in ogni prodotto elettronico o sperimentale ce ne sono di particolari, né le voci asessuate, rese innaturali dalle plurime distorsioni, sono state la ragione di queste riflessioni, piuttosto l'approccio che Zammuto porta verso la musica mi dà l'impressione che la sua opera sia la testimonianza di questo salto, del raggiungimento di una consapevolezza, che possa essere di tipo antropologico o anche solo personale, la conquista di un nuovo sé, una rigenerazione.
Un disco da penetrare nei suoi oscuri meandri, di difficile fruizione, ma anche qui non per la "poca musicalità" o per la "troppo contemporaneità", quanto per la sua espressione, decisamente diversa dall'usuale concezione di canzone -che comunque ad essa si rifà, tanto che mi è capitato di canticchiare l'improbabile vocalizzo di Yay, ridotto a uno spastico motivetto- e che arriva a toccare aspetti spesso trascurati della nostra persona.
Del nostro automa.

Zebra Butt by Zammuto on Grooveshark

sabato 3 novembre 2012

Efterklang - Piramida

Efterklang, Piramida,
4AD, 2012
Spengo la luce perché al buio è l'immaginazione a illuminare.
Giorno e notte si annullano, il nero artificiale e claustrofobico di una stanza senza finestre ha preso il loro posto. Apro e chiudo gli occhi per assicurarmi che non siano le palpebre ad impedirmi di vedere, ma non cambia nulla, una terribile assenza mi si stende di fronte. In ogni direzione un nero sconfinato accoglie i miei sguardi, e se con la mano cerco l'interruttore che ho premuto poco prima, non lo faccio per azionarlo, ma solo per mostrarmi di non essere sprofondato realmente in questo non-luogo. La mia ragione vuole sapere di avere la possibilità di tornare indietro. Discretamente, come per non denunciare una certa inquietudine, allungo le dita verso la parete, e nel momento in cui mi aspetto di trovare l'oggetto della mia ricerca, perdo l'equilibrio, e nessuna parete raccoglie le mie esitazioni, anche qui, il nero ha preso il loro posto. Colto da un'improvvisa disperazione agito le braccia in maniera scoordinata, senza pensare che in questo modo alimento solo le mie paure, ma devo trovare quel pulsante, schiacciarlo, tornare dove mi trovavo! Inutilmente le mie mani si aggirano da ogni parte, e dopo aver realizzato che intorno a me non c'è più nulla -l'avevo già intuito, non volevo accettarlo-, decido di respirare profondamente e chiudo gli occhi, senza provocare nessun apparente cambiamento alla realtà che mi circonda, ma adesso non c'è più la ragione a distrarmi. Solo in questo momento mi accorgo di come la causa della mia cecità non fosse il vuoto, ma la vista stessa. Mi concentro sulle impressioni, le sensazioni che la situazione mi offre, affidandomi agli altri sensi, noti e ignoti.

Mi muovo, inizialmente procedo a tentoni cercando di non sbilanciarmi troppo ad ogni passo che faccio, ma presto mi affido all'istinto, e ogni volta che inciampo, mi rialzo e ricomincio a vagare senza meta, deciso a raggiungerla. Non mi ero ancora reso conto del leggero odore di pesca, o forse melone, che si respira, annuso più forte, decisamente pesca. Cammino senza curarmi di avere una postura corretta, seguendo una direzione indefinita e delicatamente irrazionale. Ho perso la concezione del tempo, concetto che in questo spazio ha perso valore, come le proporzioni.
Lentamente sento avvicinarsi dei suoni, sospiri strumentali provenienti da ogni dove che giungono fino alle mie orecchie. Delle voci sovrumane, troppo umane, la cui intensità è monumentalizzata dalla quiete dei suoni su cui poggiano, si mischiano alle orchestrazioni che si vanno costruendo. Una presenza sonora ancora più acuta del buio che ho sconfitto mi sta assorbendo. Apro gli occhi e scopro una moltitudine sconfinata di suoni scorrere placidi, lasciano scie infinite da ripercorrere in un'altra forma, volteggiano e fluttuano come fosse la cosa più naturale. Riconosco tra loro voci e note, avverto echi e atmosfere, ma è difficile individuarle, si scompongono e si riformano in nuove creature, senza però alterare l'insieme, limpido.
Porto le mani al volto per avere conferma, le mie palpebre sono ancora abbassate.

The Ghost by Efterklang on Grooveshark