Deerhoof, Actually, You Can, Joyful Noise Recordings, 2021
Una sera d'estate, quando la città era ancora una novità da scoprire, mi trovai intorno a un bidone improvvisato a falò in compagnia di una manciata di persone, nel retro di quella che sembrava una fabbrica abbandonata. Nonostante conoscessi solo superficialmente il ragazzo che mi ci aveva portato, anche lui da poco in città ed entusiasta a scovare posti simili, l'atmosfera era rilassata e amichevole. Ero forse il più giovane. Nessun convenevole, la mia presenza era data per scontata, ben accetta nel godersi un martedì che volgeva al termine.
Conoscevo il complesso che mi circondava: una cotoneria industriale della defunta DDR. In seguito alla riunificazione della Germania venne smantellata e lasciata a sé, diventando in seguito attrazione per artisti, artigiani e altra gente felice della propria indipendenza e pronta a riempire di vita uno spazio che glielo permettesse di fare. Tra una partita di biliardino e una birra finii per chiacchierare con un uomo e gli chiesi se sapesse cosa fosse di preciso quel posto in cui ci trovavamo. Salta fuori che siamo all'esterno di un club fondato nei primi anni duemila ma che per ragioni di sicurezza non poteva più aprire al pubblico. Lui ne era il proprietario. Mi chiese se avessi voglia di dare un'occhiata dentro.
Era un luogo surreale, interamente composto da materiali di scarto, pieno di cimeli provenienti da epoche diverse, grotteschi manichini appesi al soffitto, per terra dei binari. Dietro al bancone del bar c'erano ancora i prezzi dei cocktail che ormai da anni non venivano venduti. L'uomo accese un interruttore e i manichini cominciarono a muoversi sopra le nostre teste, un divano si richiuse su se stesso, come se potesse inghiottire chi ci si sedesse sopra, un'altra poltrona si alzò in volo, da un grosso buco del muro uscì un letto che viaggiava sui binari in mezzo alla pista da ballo. Delle luci rivelarono altri manichini rinchiusi dentro enormi gabbie, protesi che si muovevano autonomamente, delle risate registrate risuonavano in sala. Sembrava un circo degli orrori, un affascinante giocattolo di dimensioni spropositate.
La musica dei Deerhoof è una giostra per adulti, fantasie infantili rielaborate da chi bambino non lo è più, ma che non ha dimenticato l'essenzialità del gioco. Le chitarre sparano note a più non posso, la batteria si inerpica in frenetici e instancabili ritmi, la voce ci rassicura su questa montagna russa, ci tiene per mano mentre precipitiamo con lo stomaco in gola.
Un carosello noise, reggiti forte che gira gira gira.
Quando qualche anno fa aspettavo che gli artisti uscissero sul palco per cominciare a suonare, esaminando ciò che mi si trovava davanti fui sorpreso nel constatare la presenza di effetti per chitarra decisamente sperimentali Red Panda Particle Granular Delay. L'unica altra volta che avevo assistito ad un concerto dei Low, la loro musica era ancora minimalista ed essenziale, non riuscivo quindi a spiegarmi cosa potessero farci quei particolari marchingegni in un loro spettacolo. Montreal Assembly Count to Five.
Avevo cominciato da poco ad appassionarmi a quelle estensioni musicali racchiuse in scatolette metalliche. Da decenni i pedali accompagnano i chitarristi contribuendo a definirne il suono, meno scenici di una chitarra elettrica ma altrettanto fondamentali, se non di più. Interi generi musicali sarebbero impensabili senza pedali per chitarra. Quello che aveva cominciato ad affascinarmi erano però dei pedali completamente diversi da quelli che avevo sempre conosciuto. Si trattava di effetti insoliti, che trasformavano radicalmente il suono della chitarra, stravolgendolo, spezzettandolo, mischiandolo, effetti innovativi che rendevano la chitarra uno strumento diverso seppur mantenendone l'identità. Scoprii un universo sommerso di entusiasti come me e provavo un interesse smodato e incomprensibile a guardare video esplicativi di questi complicati giocattoli. Le possibilità sonore erano infinite, un semplice pizzico di una corda poteva divenire un tripudio di sfumature soniche, eppure faticavo a trovare tracce di questo incredibile mondo sonoro nella musica che mi entusiasmava. Era come se tutte quelle magie sonore restassero confinate nel mondo delle possibilità. Se attraverso i pedali esploravo dettagli di tecnicismi acustici, la musica che ascoltavo restava indifferente a tutto ciò. Non avrei creduto che a colmare questo divario sarebbe stato lo stesso gruppo che trent'anni fa si muoveva nelle atmosfere lente e pacate in ciò che era chiamato slowcore.
Sporco e preciso nei dettagli, il suono di HEY WHAT sono chitarre e chitarre irriconoscibili, voci e voci sinuose. Ruvide e delicate, le canzoni sono fragili melodie sdraiate su suoni aggressivi e martellanti. La batteria quasi completamente assente sostituita da note distorte. Le chitarre sono dappertutto, appropriandosi anche degli spazi ritmici, sostituendo con note distorte quasi completamente il ruolo affidato alla batteria. Brani maestosi che si sublimano in un armonico rumore e brani teneri che si sciolgono su atmosfere eteree.Ogni brano è legato al successivo, dando vita ad un pezzo unico e omogeneo. Laddove di solito i respiri sono tra una canzone e l'altra, qui si trovano all'interno dello stesso brano, che si acquieta, si tranquillizza per poi rinvigorirsi. Un costante equilibrio tra rumore e armonia.
Difficile classificare il genere del disco, mi è capitato perfino di trovarlo sotto la voce "elettronica", cosa piuttosto inusuale per un album quasi interamente composto da sole voci e chitarre. La realtà è che gli strumenti principali qui sono sì le voci e le chitarre, ma anche gli effetti per chitarra. Sembra come se i brani siano nati dagli effetti e dalle loro possibilità. Microloops e distorsioni, riverberi e feedbacks più che accordi e riff. Quello che a descriverlo può sembrare un disco freddo e disordinato è invece di una profonda bellezza e commuovente intimità.
Quasi per gioco, per sfida, cominciai a scrivere di musica. O meglio, cominciai a scrivere con la musica. Il piano era semplice: ogni settimana avrei scelto un album che in qualche modo avesse attirato la mia attenzione, l'avrei ascoltato, attentamente ma anche in sottofondo, dopodiché avrei scritto qualcosa, qualsiasi cosa, l'importante era scriverne. Un pensiero, un ricordo, una recensione o anche solo un'idea ispirata dalla musica che avrei ascoltato, insomma, un futquo.
Quando cominciai era più una scusa per scoprire attivamente nuova musica, liberarmi dall'idolatria dei suoni del passato e collerateralmente conoscere meglio il mondo in cui vivevo. Diventai un ascoltatore più attento e mi sorpresi di quanta buona musica circolasse, addirittura troppa per starci dietro. Era il 2012, e ancora oggi ho l'impressione che quell'anno fosse particolarmente rigoglioso in qualità e quantità musicale, in realtà è stato l'unico anno in cui regolarmente cercavo e mi spingevo in orizzonti musicali a me ignoti e ancora oggi risento dell'effetto positivo di questa esperienza- alcuni degli artisti qui trattati sono entrati nel mio Olimpo personale, ne seguo tuttora con piacere la carriera e svuiluppo visitandoli quando possibile ai loro concerti.
Arrivò poi il 2013 con i suoi grandi stravolgimenti. Mi trasferii in Germania, dove tuttora vivo, e il tempo e l'attenzione da dedicare a nuovi futquo diventarono esigui. Mi costrinsi a scrivere, purtroppo però ci riuscii solo sporadicamente. Quando mi accorsi di aver realizzato quasi mezzo centinaio di futquo mi posi come obiettivo di raggiungere i 52 album, così da offrire all'ipotetico lettore un album a settimana per un anno. Arrivato a 51 la pressione per la scelta dell'ultimo album si fece grande, e quando dopo qualche mese trovai il perfetto candidato, la pressione per scriverne diventò ancora maggiore di quella della ricerca. Col passare del tempo e come spesso succede con il procrastinare, la cosa si ingigantì e ancora oggi resto con in testa il perfetto album per concludere il viaggio, ma niente di scritto.
In un momento di noia pomeridiana mi trovavo seduto a letto con chitarra alla mano e un libro di poesie davanti a me, iniziato ma più volte interrotto - una poesia richiede uno sforzo più grande di un romanzo. Ossi di seppia di Eugenio Montale. Cercai una poesia studiata anni addiettro al liceo e comincia a leggerla accompagnandomi con la chitarra. Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe e a lettere di fuoco suonava bene, accelerai il ritmo e ricominciai Non chiederci la parola che squadri da ogni lato parlavo, parlavo e mi accompagnavo, ma più ripetevo il processo, più le parole si facevano musica. Fuori dalla camera in cui mi trovavo si parlava tedesco, in quel momento era come un piacere proibito ascoltare il suono della mia lingua, un suono diverso, con una sua musicalità personale. Lingue come musica.
Passò qualche settimana prima che venisse l'idea di mettere in piedi un progetto musicale basato su questo semplice concetto, lingue come musica. Con l'entusiasmo del neofita cercai le versioni originali di testi che mi appassionavano. Saramago, Charmes, Saint-Exupéry, Cervantes, Poe ... e insieme a Robert e Till cominciai ad arrangiare i tanti pezzi abbozzati per un improbabile e onesto trio, composto da chitarra classica, basso e violoncello. Aiutati da amici madrelingua organizzammo quella che sarebbe dovuto essere l'unica esibizione del progetto, qualcosa a cavallo tra concerto e lettura. L'atmosfera e la riuscita dell'evento mi convinse a realizzare finalmente quello che per tanto tempo rappresentava uno dei miei sogni e nonostante l'anacronisticità della cosa, qualche mese più tardi incidemmo γνῶθι τον ἄλλον, l'album di debutto di die Fremde.
Future of the Left, How to Stop your Brain in an Accident,
Prescription, 2013
Codesto solo possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo
Eugenio Montale
Ma tu, che musica ascolti? Interlocutore
Nella mia presuntuosa ignoranza adolescenziale mi sono trovato spesso a rispondere con un superficiale "di tutto", convinto della verità insita in quelle due parole, seguite immediatamente da una lista di artisti e band che dessero conferma a quella apertura mentale appena affermata.
Mi accorsi in seguito che i nomi citati appartenevano tutti al medesimo mondo, che altro non era che una minuscola parte dell'universo musicale che ci circonda, riassumibile nel sommario termine rock, neppure nel suo più ampio significato in quanto generi come punk o metal in tutte le loro sfumature non erano da me minimamente considerati. Allargai poi i miei orizzonti accogliendo nel mio tutto cenni di altri pianeti quali il reggae, lo ska, la disco music, ma anche il blues e il rock'n'roll, fino ad arrivare all'elettronica, al cantautorato.. e il mio semplicistico "di tutto" venne sostituito da un astuto elenco di ciò che non ascoltavo, trovandomi così coinvolto in interessanti conversazioni riguardo ciò che non conoscevo, salvandomi dall'imbarazzo di dover confinare in pochi secondi il mio amore per la musica.
I Future of the Left sono un ottimo esempio di ciò che non ascoltavo. Chitarre esagitate, urla disperate, atmosfere cupe e garage, l'aggressività, la contagiosa potenza di distorsori e rullanti violentemente colpiti, la semplicità armonica che non esce più dalla testa, pause e cambi di direzione in un collage noise di suoni, l'ironia punk di un kazu, cori da ubriachi a fine partita, eppure non so quante volte ho già ascoltato questo disco, con il desiderio alla fine di ricominciare da capo e rivivere quell'esperienza di onnipotenza tipica del rock più grezzo.
Disco variegato, in cui ogni pezzo rappresenta a modo suo un lato di questi mondi da me troppo a lungo ignorati, che adesso insistentemente risuonano nella mia testa,
e la voglia di conoscere, di una nuova prospettiva, di guardare quell'universo di suoni anche con un nuovo cannocchiale, dalle lenti più spesse e indistruttibili, che possano andare a fondo perfino laddove sembra esserci un buco nero.
Ero nervoso prima di salire sul palco, a dirla tutta ero nervoso già da diversi giorni, da quando la data si avvicinava sempre più all'oggi. Nonostante mi allenassi da tempo, a due giorni prima della scadenza non avevo ancora nulla di concreto tra le mani, solo qualche idea per la testa. Uno spettacolo. Un breve programma in cui sarei stato l'assoluto, nonché unico, protagonista. Un impegno che tanto leggermente mi ero assunto e a cui non potevo più sottrarmi, non tanto per questioni logistiche, quanto per orgoglio - se non l'avessi affrontato in questo momento, non ce l'avrei mai fatta.
Ancora un giorno, le intenzioni più chiare ma i numeri da presentare ancora da costruire, compito che riuscirò a portare a termine poco prima di andare a dormire, a notte ormai inoltrata, quando soddisfatto mi corico sotto le coperte, impaziente della reazione che l'indomani il pubblico mi avrebbe riservato.
Lo spettacolo fu un trionfo. Dei tre numeri che proposi mi stupì il successo che l'ultimo, il più semplice e giocoso, suscitò tra gli spettatori. All'impeccabile tecnica del primo segmento, alla trasudata poesia del secondo, era stata preferita la leggerezza del terzo.
La bellezza di Fade risiede proprio nella sua semplicità, nella sua essenzialità. Artigiani del suono da lungo corso, gli Yo La Tengo sono consapevoli che per impressionare non sono necessari giochi pirotecnici, piuttosto delle scintille, e con quella rassicurante tranquillità che solo ai veterani appartiene, dipingono incantevoli atmosfere dentro ogni canzone, che ad analizzarle sorprende scoprirne la semplicità, e ci si stupisce nel constatare quanta intensità possa portare un solo accordo, se lo si sa usare, se si ha qualcosa da comunicare.
I riverberi e le lunghe note, le calde voci, sussurri che dialogano con confortanti chitarre, e la benefica sensazione che il suono che ne esce sia lì a proteggermi, l'annuncio di una primavera che arriva sempre dopo un inverno, e intanto l'acqua bolle, le foglie di tè già nella tazza, le candele accese che si riflettono nell'oscurità dei vetri delle finestre, ed io mi stringo alla coperta, lascio che le palpebre mi coprano con lunghi intervalli lo sguardo, e sento l'incanto della musica.
Succede che mi sveglio, gli occhi aperti all'improvviso, lo sporco bianco delle mura che mi osserva. Resto immobile per qualche secondo dopodiché, senza nessuna ragione apparente, un sorriso si forma sulle labbra. Mi guardo intorno, alla ricerca di qualcosa di indefinito ma presente, e la sorpresa di trovare tutto esattamente al proprio posto - i vestiti sparsi per la stanza, la chitarra appoggiata alla parete, qualche scontrino caduto a terra ormai da giorni- enfatizza la gioia.
Succede che mi alzo, mi vesto, e nel rompere il passante della cintura trovo una nuova ragione di euforia. Tutto come ogni giorno, prendo le chiavi ed esco, per andare ancora una volta nello stesso posto di sempre, e mi stupisco nel vedere le facce annoiate della gente che mi cammina di fianco. Cerco i loro sguardi, schivi, e quando riesco a incrociarli esibisco il mio disinteressato sorriso.
Succede che questa irrazionale allegria possa essere contagiosa.
Piove, l'ombrello tra le mani, chiuso. Alzo il volto al cielo e assaporo le gocce che mi rigano le guance. Oggi è un giorno come tutti gli altri, e continuo a sorridere.
Succede che a volte si è felici, e non c'è bisogno di una ragione, o perlomeno di comprenderla. Si può tentare di approssimarne un'analisi, e allora ecco che si scorgono degli accordi in maggiore, con la tendenza alla settima, ma sempre al posto giusto, mai invadenti, e poi dei pianoforti saltellanti a scandire le battute, una voce soffice e complice, chitarre di un altro tempo che danzano sopra ritmi intimi e discreti.
C'è poco da dire sulla felicità, perché nel momento in cui si comincia a porsi troppe domande è già svanita. La gioia è un attimo, e allora le canzoni volano via in rapida successione, cercando di mantenere vivo quel fugace sentimento, e quando giunge la fine del disco, ricomincio da capo, perché anche se piove, se il fiume straripa e il calore del sole è solo un vago ricordo in questa primavera che non c'è, oggi sono felice.
Prima di arrivare ad un'intima poetica, spesso si passa attraverso l'imitazione, alla storpiatura e alla parodia. Forse era questa la ragione per cui tempo fa mi divertivo a sovvertire i testi delle canzoni italiane che per mia o altrui volontà riempivano le giornate, un ponte verso la mia lirica. Particolarmente felici erano le sperimentazioni a sfondo Afterhours, il cui apice si riassume in quel "qualcosa dentro di me / che mi masturba l'anima" della rivisitazione della vedova bianca; ma anche l'ironia che circondava l'ascetismo di Gesù Cristiano Godano, l'allora cantante dei Marlene Kuntz, prima che tagliasse barba e capelli. Se dovessi ripetere il gioco oggi i Baustelle sarebbero un ottimo tema, ancora una volta, perché già nel tempo fa appena menzionato era volontà un po' di tutti ascoltare i Baustelle, perfino studiarli e criticarli, per via di quel superfluo e talvolta misero citazionismo, fonte di infinite discussioni nella mia giovinezza.
L'adolescenza è ormai un ricordo, e così anche nelle parole di Bianconi, ora si è raggiunta definitivamente la maturità, quella seconda età in cui ci si trova a considerare ogni aspetto della vita, con un morboso interesse verso ciò che più ci respinge ed attrae, l'amore, la morte, e bastano un apostrofo e una lettera per cambiare l'umore. Seppure ad ogni strofa si respira un piglio agnostico, ad ammantare ogni concetto resta lei, l'anima, nel suo significato più nobile, poetico, quell'indefinita essenza che ci definisce attraverso ogni nostra azione, realizzandosi nell'amore, sublimandosi nella morte, e ancora apostrofo e lettera si accompagnano.
Se dovessi ripetere il gioco lascerei stare l'adolescenza, oggi userei immagini capaci di abbracciare cattolicesimo e sensualità, che descrivano la vaticinata e scongiurata decadenza italiana, di quella terra di casanova e padre pio. Ma nella sua complessità Fantasma è pregno, e per quanto l'abbia già ripetutamente ascoltato, confesso di doverne ancora cogliere a fondo l'entità, ché qui la sempre viva ambizione baustelliana si è spinta ben oltre al pop, confezionando un'operetta poetica, in cui la musica si adegua all'intensità delle parole, e allora c'è bisogno di un'orchestra perché di carne al fuoco ce n'è parecchia. Cinematografica, la stabile e chiara voce di Bianconi esige la comprensione dell'ascoltatore, consapevole della bellezza dei suoi sdruccioli versi, talvolta criptici, arcani, comunque eleganti, mentre la musica, morriconiana ed epica, si smuove in tipici risvolti baustelliani, trascinandomi in dimensioni sospese, quell'indefinito che la religione cerca di spiegare, ma basta la musica per avvertire.
Foxygen, We are the 21st Century Ambassadors of Peace & Magic,
Jagjaguwar, 2013
L'immagine indugia sul volto inespressivo, sporco e sudicio dell'uomo per soffermarsi sul suo sguardo socchiuso, profondo e glaciale, le ciglia immobili. Stacco. Le dita tradiscono una certa tensione nella millimetrica avanzata verso la cintola, un tremolio che contraddice la sicurezza finora ostentata. Stacco. Un deserto distaccato e arido, due uomini che si scrutano, i respiri controllati, incuranti del vento che scompone i capelli. Le campane di una chiesa assente in scena stanno terminando la litania, i pistoleri si preparano alla sfida, l'ultimo tocco si avvicina, comincia la sua eco e le armi sono già sfoderate. Stacco. La mano spietata spara il primo colpo, non ne segue nessun altro. Stacco. L'uomo giace a terra, pagando per la sua lentezza.
Come fanno dei ragazzini ad avere nostalgia degli anni '60?
Il tempo addolcisce ogni cosa, la avvolge di un manto romantico, le dona quel sapore di passato con cui tanto ci piace ingannarci. A ripensarci, era così bello, e non importa se la memoria colora i ricordi con tinte troppo soffuse, un ritocco mentale che supera ogni diavoleria fotoartistica, ci si crede davvero. Ogni senso si acuisce, pronto a giurare di aver sperimentato la sensazione più piacevole, a quel tempo.
Gli uomini senza nome che scombussolano la vita dei becchini non sono mai esistiti, i duelli con cui risolvere i dissidi non erano accompagnati da alcun carillon, e certo non erano episodi di così larga frequenza, eppure si è costruito un fantascientifico mondo su questo passato mai esistito, dai sorprendenti risultati, che mi ha regalato la passione per il western all'italiana. Non è mai stato, ma è.
I Foxygen sanno che quello che rappresentano è un suono surreale, un'idea radicata da decenni di esaltazione del periodo, quei magici '60, quegli incredibili '70, in cui la musica si rigenera per diventare ciò che ancora oggi è, e loro vogliono vivere quel tempo, anche se delle circostanze che non dipendono da loro li hanno fatti arrivare in ritardo. Te li vedi, i nastri a cinger loro il capo, i lunghi capelli lisci che ricoprono le spalle, le camicie sgargianti aperte fino all'ombelico, e tutti quei colori che si mischiano, che si sciolgono. Parlare di citazione sarebbe riduttivo, perché tutto è originale anche se la tentazione dei rimandi è forti, anche se durante l'ascolto innumerevoli artisti sfilano nella mente, ma tutto ciò non è mai esistito, appartiene all'oggi, proprio come lo spaghetti western appartiene agli anni '70 e non al secolo precedente che mette in mostra. I Foxygen sono davvero gli ambasciatori del nostro tempo, perché il passato che vogliono riportare in vita non è mai stato, è.
è notte fonda, ma il pensiero di te non mi lascia assopire. C'è qualcosa dentro, qualcosa di indomabile, per cui non bastano le tenebre. Ascolto i miei respiri, regolari e intensi, osservo un punto impreciso del vuoto che mi assedia, lo affronto e ne esco sconfitto, abbasso la testa. L'oscurità mi sta inghiottendo quando un sorriso amaro mi sfiora le labbra, e a un tratto trovo le forze per riscattarmi, perché la disperazione non è la risposta, non lo è mai.
Allungo la mano, afferro la chitarra, la guardo, accarezzo il manico e assaporo le vibrazioni che il mio gesto provoca. La imbraccio, e come se le avessi avute da sempre dentro, suono le mie canzoni, mai sentite e mai sapute. Le dita si muovono da sole, pizzicano con una precisione finora a me ignota, scorrono agili sulle corde, guidate dalla tempesta che mi scorre dentro, e il soffocante silenzio è adesso interrotto dai miei arpeggi, dagli accordi che vado a formare, suoni intimi, sinceri, nudi.
Le labbra sussultano e una voce grintosa e decisa, che dallo stomaco ha lottato per uscire, si fa spazio nella camera, sdraiandosi sulle note che rieccheggiano ad ogni angolo, come se aspettassero solo lei. Le mie melodie sono dolci e delicate, a tratti forti e strazianti, e mentre canto gli occhi si illuminano, le mie grida si trasformano in un violento pianto, un ululato alla luna.
Queste canzoni sono per te. Se solo tu potessi ascoltarle, capiresti. Se solo tu potessi essere qui.. Ogni parola, ogni accordo, ogni nota parla di te, è per te, e forse è la musica che mi sta ingannando, ma mi sembra di averti qui.
La sofferenza è la migliore ispirazione per il poeta, e allora suono, suono tutta la notte, finché mi restano le forze, perché se lo faccio, tu sei qui con me. Ancora.
E ancora.
Chiudi gli occhi, lascia che la musica ti svegli, continua a sognare.
Radio. Giro la rotella, perché se devo immaginarmi una radio questa ha ancora le rotelle, e io sto muovendo quella per la ricerca del segnale. Il cursore rosso del display si sposta verso destra, a caccia delle frequenze più alte, quando un violento trionfo di fiati mi coglie impreparato. Frastornato, decido di restarci sintonizzato, aggiusto il volume, la ragione dell'altra rotella, posta simmetricamente a quella che fino alla sorpresa di poco prima stavo ruotando, stacco la mano dall'aggeggio e resto in ascolto. Pochi secondi e improvvisamente come era cominciata, l'atmosfera scompare per lasciare posto ad un'altra, ora ipnotica e sporca di un colpevole sudiciume. Il tempo di cercare di mettermi a mio agio e ancora la musica viene stravolta, questa volta si fa intima, notturna e rilassata, come se la fine di una lunghissima giornata mi stesse aspettando per distendermi, e.. degli scratch intervengono a risvegliarmi! Colpito dai drastici e repentini cambiamenti sonori guardo la radio, come in cerca di una risposta a questo suo bizzarro comportamento. Gli scratch si susseguono, ma a un tratto succede una cosa strana. Senza che io alzi un dito la rotella delle frequenze si muove, spostando il cursore ancora più in là e dando vita a una musica orientale e futuristica, dove flauti e sintetizzatori si uniscono in un'improbabile danza. Incredulo continuo a osservare la radio e mi sorprendo nuovamente quando il fenomeno si ripete, e la rotella mi offre ora un intermezzo acquoso, che lentamente arriva per poi subito allontanarsi e ad un altro gesto della rotella si trasforma in un ossessivo coro, monotono e trascinato. Capisco di trovarmi davanti ad un meccanismo inedito, una specie di radio dalla funzione random, capace di scegliere indipendentemente cosa riprodurre, e allora intuisco che voglia dirmi qualcosa, e la lascio fare, mi metto in ascolto.
L'hip hop non è fatto di sole parole. Non potevo affermarlo prima di ascoltare Karriem Riggins, batterista e produttore a cavallo tra due universi distanti eppure così legati. Ascoltando Alone Together si respira l'approccio tipico del jazz, quello dove non ci si interessa di compiacere l'ascoltatore perché più importante è dar corpo a un'interpretazione personale di uno stato d'animo, e l'atteggiamento tipico dell'hip hop, fatto di campionamenti e suoni che oscillano tra il funky e l'RnB, mischiando lo spirito festaiolo e liberatorio dell'uno alla sofferenza e l'intimità dell'altro. Si ascolta l'incontro tra un mondo e l'altro, come se Karriem Riggins stesse tracciando la linea di continuità tra jazz e hip hop, mostrando come questi due universi riescano a fondersi così bene, facce della stessa medaglia, e in questo caso caratteri della stessa persona. Ma un uomo non può definirsi in due qualità, non bastano, e così ecco che si trovano ritmi caraibici, un Caetano Veloso campionato in aiuto, scacciapensieri, souvenir dall'India e riff dall'Africa.
34 tracce, senza alcuna organicità, ammassate piuttosto una di fianco all'altra, talvolta frammentate perfino al proprio interno. Registrazioni in presa diretta, sample ripetuti e dimenticati, dialoghi, improvvisazioni, rumori, basi, è come se si avesse tra le mani un campionario di ciò che potrebbe essere rap, eppure le parole qui non contano.
Hip hop strumentale, ovvero riuscire a raccontare coi suoni ciò che le parole non arrivano a dire.
The Bird and the Bee, Ray Guns Are Not Just the Future,
Blue Note, 2009
C'è un momento tipico delle commedie, verso la seconda parte già avanzata, in cui tutto ciò che si era costruito fino a quel minuto con tanta difficoltà e qualche risata sembra crollare, in cui inesorabilmente si spezza la magia che tanto ingenuamente pareva indistruttibile, e non importa se già sappiamo che gli sceneggiatori hanno previsto ogni mossa e ci stanno appositamente preparando per il grande colpo di scena finale, quello dove il tanto sperato trionfo arriva, più grande e sfarzoso di quanto si potesse volere, noi soffriamo. Proviamo empatia per il personaggio che a testa china cammina per le strade della metropoli, le mani in tasca mentre svogliatamente scalcia le foglie secche dal marciapiede, e ci accorgiamo che quell'uomo siamo noi, perché alla fine tutte le storie di amore si somigliano, ognuna così speciale eppure così ovvia. Stacco lo sguardo dallo schermo e guardo la poltrona di fianco la mia e mi sale un nodo alla gola nello scoprirla vuota, mi volto dall'altra parte e non c'è dubbio, sono solo. Con la testa immersa nel pensiero di ritrovarmi improvvisamente abbandonato, mi perdo l'imprevista trovata cinematografica che ha trasformato l'affranto uomo che un attimo prima camminava di fronte a me nel sorridente uomo vestito in frac e cilindro bianco mentre bacia la causa dei suoi ormai lontani tormenti.
Negli ultimi cinque, forse sei anni, ho ascoltato con cadenza regolare i Bird and the Bee, tanto da aver confuso l'unico disco e l'unico EP che conoscevo per svariati altri album. Ho scovato questo disco, il loro secondo, sperduto tra vecchi documenti appartenenti ad un altro periodo tecnologico, risalente al 2009. La sensazione di ascoltare con altre vesti gli stessi suoni che a lungo ho amato in una sola forma, è stata particolarmente piacevole. La musica dei Bird and the Bee scorre come fosse un corteggiamento, la voce nuda e sensualmente sfiatata si avvolge nelle soffici e delicate atmosfere che la proteggono, si sdraia su arpe e clavicembali, mentre i violini e le fantasie elettroniche la cingono, per non lasciarla più andare. La gioia, non l'allegria, pervade ogni suono, perché la consapevolezza della sua intrinseca fragilità non viene mai dimenticata, e così i ritornelli à la Gilbert O'Sullivan e le soluzioni à la Belle & Sebastian si fanno più profonde, talvolta amare, ma solo per riaffermare la dolcezza iniziale.
Esco dalla sala, e forse ancora influenzato dalla proiezione, rivivo l'idea di una coppia squattrinata, la pioggia che batte sulla finestra e i cibi pronti riscaldati a tardo pomeriggio dopo un'intera domenica trascorsa a letto, l'idilliaca immagine della convivenza, e fa niente se non si hanno i soldi, siamo così innamorati da credere di non averne bisogno. Lo sguardo perso per terra, cammino, le mani in tasca mentre svogliatamente scalcio una lattina d'alluminio che si presenta sulla mia strada, e mi accorgo di essere proprio io. Un ricordo, o forse solo fantasia, ma non dimenticherò mai quelle parole, e il glissare di arpa e violini che ne seguirono,
Parecchi anni fa ebbi per la prima volta un'articolata conversazione che si potrebbe riassumere in due punti: i dj non sono musicisti e i dj sono musicisti. Non ricordo quale delle due posizioni sostenessi, può anche darsi che per amor di polemica mi sono trovato ad argomentare a favore di una tesi e allo stesso tempo appoggiare segretamente l'altra, sta di fatto che in seguito mi è capitato di ripetere il copione con svariati interlocutori interpretando ora un ruolo ora l'altro. Il problema è che ci sono buone ragioni per entrambi gli argomenti, perché se è vero che dj e producers fanno musica, soddisfacendo in questo modo la naturale definizione di musicista, è anche comprensibile lo storcimento di naso di alcuni puristi di fronte a tale affermazione dato che la principale occupazione di un dj è quella di creare sample sonori, modificarli e mixarli, rendendo la propria attività più affine a quella dell'ingegnere musicale.
Ascolto John Talabot e mentre i suoi loop profondi e cupi mi scorrono nelle orecchie ripenso distrattamente alla questione riguardo la legittimità che un dj abbia o meno di fregiarsi dell'élitario titolo di musicista e mi accorgo dell'inutilità della cosa, dato che un dj ha tutte le carte in regola per elevarsi al rango di artista. A che importa se nessuno strumento vero compare nel disco, se il canto è sostituito da lamenti e campionamenti, se all'armonia e alla melodia viene preferito il suono e la sua evocazione? Finalmente liberati dall'oneroso compito di far danzare i presenti in sala, i dj possono oggi utilizzare la propria scienza per allargare gli orizzonti della musica, sviluppando e offrendo un suono nuovo, artificiale quanto quello del violino o del pianoforte, contemporaneo come i macchinari che ci investono per la strada o sugli schermi, che si srotola fuori dalle auricolari, un suono che non esiste perché falso, frutto di modifiche e rimaneggiamenti, eppure è qui a scivolarmi dentro, in tutto il suo splendido presente.
L'elettronica nel suo inganno mi risulta essere la musica più onesta.
Chromatics, Kill for Love,
Italians Do It Better, 2012
L'avrei dovuto capire sin dall'introduzione. Aprire un disco con una cover è una pessima presentazione, tanto più se il pezzo in questione è fin troppo noto e la versione proposta non è carica come l'originale ma si limita a riproporne accordi e melodia, spogliandolo della calda densità che lo contraddistingueva per ammantarlo di una fredda e artificiale contrizione. Avrei dovuto averne la certezza quando i pezzi che seguivano quel poco riuscito preludio non aggiungevano nient'altro alle prime impressioni, anzi confermavano quella sensazione d'irritazione che provavo. Avrei dovuto, ma troppe recensioni entusiastiche mi hanno fatto desistere e ho permesso loro di farmi convincere che avrei dovuto dare un'ulteriore occasione ai Chromatics e al loro quarto album, perché in effetti un solo ascolto dei primi tre brani era troppo poco per accantonare il progetto, così ho proseguito, e poi, la copertina continua a piacermi e non mi dispiace vederla lì in alto a sinistra. Inoltre mi affascinava la possibilità di un intervento convintamente negativo.
Deciso ad andare fino in fondo ho ricominciato da capo l'ascolto. Ripercorrendo i primi tre brani l'irritazione si è trasformata in sorpresa: mi chiedevo come fosse possibile che questo fosse l'album di cui avevo visto parlare così tanto e bene. Bisogna sapere che prima di ascoltare un album cui voglio dedicarmi evito categoricamente la lettura di recensioni e interpretazioni di critica o ascoltatori, onde evitare qualsiasi influenza esterna alla mia immaginazione e al mio giudizio; non appena capisco quale sarà il successivo disco su cui concentrarmi, smetto immediatamente di ricercare informazioni al riguardo. Questo procedimento ha fatto sì che di alcuni futquo non conoscessi nemmeno il genere, e se talvolta ciò è stato all'origine di una gradita sorpresa, in questo caso si è rivelato una delusione.
xx, le due lettere che mi hanno attraversato la mente durante l'ascolto, e anche se gli americani Chromatics sono in giro da un bel po' di tempo prima dei giovani inglesi, alle mie orecchie il primato di quel suono gelido e distaccato resta agli xx, ed anche qui regna una ricercata sofferenza, un giovanilistico spleen annoiato e tenebroso voluto ad ogni costo, e la lentezza, gente, la lentezza. Al contrario degli xx, fenomeno comunque pop di facile commercializzazione, qui vi sono delle pretese d'appartenenza ad una élite, ma le lunghe suite di soporiferi suoni che cercano di rendere seria la tragicità di posa del gruppo cozzano contro gli squallidi vocoder da revival anni novanta che qua e là appaiano. Forse l'idea era quella di dare uno spessore a meccanismi tipici della musica "facile", ma rallentare i tempi non significa per forza intensificare le emozioni, ripetere di continuo il medesimo passaggio non rende il tema più incisivo.
Al di là di ogni considerazione resta sempre il piacere dell'ascolto, che purtroppo raramente ho provato grazie ai Chromatics, ritrovandomi anzi con l'amara nostalgia per il 1993 degli Ace of Base.
Ho provato a chiudere gli occhi, lasciarmi coinvolgere dalla musica, e mi sono ritrovato sprofondato in un'oscurissimo oceano, trascinato verso il basso, mentre il blu della superficie diventava sempre più nero e lontano. Cercavo di opporre resistenza, ma il mio corpo era attirato dall'abisso ignoto e spaventoso. Dimenarsi non serviva a nulla, perché ormai ogni possibilità di salvezza era svanita, e imperterrita la mia discesa procedeva, i miei polmoni si riempivano di acqua e di sale, e il giorno diventava notte, anche se sapevo che il sole era ancora alto sopra di me.
Prima di internet c'erano i negozi di dischi. Ci sono ancora, ma solo prima di internet erano il luogo da cui attingevo per conoscere nuova musica, e una volta, quando ancora ero un ragazzino che non conosceva le potenzialità della rete o che semplicemente non aveva la banda larga, mi trovai in libera uscita in uno di questi a Londra. I nomi dei gruppi sugli scaffali erano diversi da quelli presenti in Italia, mai sentiti o a lungo invano cercati in patria e così approfittai della situazione acquistando senza indugiare tre dei dischi che mi avrebbero segnato per i successivi anni. Il bottino comprendeva uno scontatissimo a sole 5 sterline Yoshimi Battles the Pink Robots dei Flaming Lips, una raccolta di due vecchi LP, Tadpoles e Keynsham, della Bonzo Dog Band e infine l'allora inedito Sumday dei Grandaddy.
Era la prima volta che mi azzardavo all'acquisto di artisti mai ascoltati prima e devo riconoscere di aver avuto fortuna: ogni album apparteneva ad un mondo diverso, ognuno dei quali diventò immediatamente mio, permettendomi di approfondire il nascente interesse per la musica.
Li ascoltai a non finire, imparando a conoscerne ogni dettaglio e maturando grazie ad essi un gusto personale e indipendente. Nel giro di breve tempo entrarono tutti e tre nell'ancora ristretta cerchia degli artisti preferiti in cui finalmente adesso comparivano dei gruppi ancora in vita. Si può quindi comprendere il mio disappunto quando qualche anno dopo, nel 2006, venni a sapere che Just Like the Fambly Cat sarebbe stato l'ultima opera dei Grandaddy, che di fatto sanciva lo scioglimento del gruppo. L'album era imperniato da una certa nostalgia, come se volesse far intendere che la fine era inevitabile, e questa ne era la maestosa espressione.
Sapevo già da tempo che dietro il nome Grandaddy si nascondeva il genio del suo leader, Jason Lytle, ma scoprire che l'intero ultimo disco della band -e il meraviglioso EP precedente- fosse stato scritto e suonato (quasi) esclusivamente da lui mi sorprese: capii che il progetto era cambiato, ma la sostanza rimaneva la stessa.
Cominciai così ad aspettare l'ufficiale debutto solista di Jason Lytle, intanto crebbi. Quando Yours Truly, The Commuter uscì, ascoltai con piacere che insieme a me anche la musica di Jason Lytle aveva raggiunto una nuova forma, intima e delicata. La mia passione per i Grandaddy avrebbe continuato a crescere.
Ho aspettato prima di ascoltare Dept. of Disappearance, volevo il momento adatto, l'intimità di cui avevo bisogno per poter approfondire quella relazione musicale intrapresa più di un decennio fa. Lontano da casa, proprio come quella volta in Inghilterra, ma con la stessa musica nelle orecchie, anche se diversa. C'è una tristezza di fondo in queste melodie, una fragile malinconia che si respira dall'inizio alla fine, un senso di solitudine che mi si appiccica addosso, eppure mi viene da pensare a quanto sia bello tutto ciò. C'è una flebile voce a rassicurarmi di fronte al buio dell'inverno che sta per arrivare, e anche se gli arrangiamenti appaiono grossolani nella loro imprecisione, quasi a sottolineare la naturale semplicità dei brani, c'è una monumentalità che si staglia imponente di fronte a me, ma che potrebbe spezzarsi con un tocco tanto è fragile. E poi arrivano quei momenti in cui tutto si scioglie, e allora lascio andare un sospiro di sollievo, pensando che la musica sarà sempre al mio fianco, qualsiasi cosa succeda, qualunque, ci sarà sempre la sua atmosfera che mi riscalda, mi riempie e mi
Godspeed You! Black Emperor,
Allelujah! Don't Bend! Ascend!
Constellation, 2012
Dopo l'euforia iniziale, in cui entusiasticamente si abbracciano a rotazione gli strumenti disponibili, e aver sperimentato ogni possibile capriccio amplificato, arriva il momento in cui ci si accorge che forse sarebbe stato meglio provare prima per bene qualche pezzo invece di fiondarsi in sala prove con l'illusione che suonare con altre persone sia altrettanto semplice del farlo da soli. Un paio di sessioni siffatte dovrebbero avermi insegnato che il gruppo ha bisogno di studiare, è necessario un affiatamento niente affatto scontato per poter realizzare qualcosa che valga, eppure mi è accaduto più volte di presentarmi in sala prove impreparato come il resto della ciurma, e il processo si ripete: esaurite le novità del luogo, ci si ritrova con il semplice interrogativo, "e ora?". Se si escludono i tentativi di istruirsi vicendevolmente riguardo un ipotetico brano da eseguire, a questo punto rimane l'alternativa dell'improvvisazione. Una volta mi successe qualcosa di strano. Mi trovavo alla chitarra ed eravamo finalmente approdati al dilemma: in tacito accordo scegliemmo la pericolosa via dell'improvvisazione. Incominciai a far risuonare delle note, lente e ripetute, sempre le stesse tre, mentre intorno a me si stava erigendo un muro sonoro che evidenziava la solennità del mantra che stavo eseguendo. Ero concentrato sulla mia parte, ma allo stesso tempo sentivo di appartenere ad un disegno più ampio che coinvolgeva tutti gli elementi, ognuno racchiuso nella voce del proprio strumento, che insieme andavano a formare un unico essere, dove nulla prevaleva ma si trovava al posto giusto. Riuscivo a sentire la voce del gruppo.
Un'opera in quattro movimenti, dove il rumore si trasforma in suono, sublimandosi in sinfonia. Senza i limiti di tempo e significato tipici della canzone, la musica dei Godspeed You! Black Emperor cresce imponente, lasciando che siano i suoni a comunicarsi in tutta la propria essenza. I tempi si dilatano, i minuti scorrono mentre mi sento preda delle vibrazioni e delle scene che stanno dipingendo intorno a me. Schizzi di inquietudine, l'impressione che stia per accadere qualcosa, ancora non mi è dato di sapere della sua bontà, ma ne percepisco l'importanza. Lentamente, e solo dopo una preparazione maturata in lunghe sedute, il velo si scosta e mi viene mostrata l'accecante verità. Distolgo lo sguardo tanto brilla, ma ne sono attratto e allora ritorno a guardare, e come a premiare il mio coraggio, la musica mi pervade, accendendomi proprio come ciò che sto fissando, e sento il giallo che sprigiono.
Un disco monumentale, che, se inizialmente mi aveva lasciato indifferente intuendone comunque la mole, con l'avanzare degli ascolti mi accorgo di quanto sia profondo e gigantesco. Un'illuminazione, che coi mezzi relegati a quello che fastidiosamente viene detto classico, mette in luce il potere della musica, la sua espressività, la catarsi che ne deriva. Un atto d'amore, quello che ho sentito mentre i violini si lasciano trasportare su un tappeto di chitarre ossessive e il procedere trascinato dei ritmi, fino a raggiungere la tanto ambita sospensione, e poi di nuovo, ancora e ancora.
La voce del gruppo, qualche volta mi è successo di farne parte, e ad ascoltare i GY!BE avviene anche senza uno strumento.
Post-rock lo chiamano, ma in futuro lo si dovrà cercare sotto classica.
Rosso intenso. Un rosso vermiglio, di quelli che sgocciolano densi, al rallentatore, si allunga verso il basso, stirando il proprio colore senza intaccarne lo splendore, e poi si lancia placidamente verso il suolo, fino a sbatterci sopra, ma con dolcezza, spargendosi tutt'intorno. Un'altra goccia si affaccia timidamente dall'alto, come per vedere cosa sia successo, lentamente si protende verso di me per poi abbandonarsi in una caduta silenziosa, raggiungendo le tante macchie che già popolano il pavimento. Da sotto il tavolo non capisco la provenienza delle lacrime che mi piovono davanti, mi lancio quindi nella macabra ipotesi di un polso aperto appoggiato sulla superficie lignea, sommerso nel sangue che gli scorreva dentro e che scivola ora verso il bordo. Osservo i rossi rivoli che si vanno a creare di fianco ai miei piedi ed escludo la congettura appena formulata a favore di un più probabile rovesciamento della boccetta dell'inchiostro, che dimentico dei fogli traccia adesso incomprensibili disegni per terra, animato dal desiderio di comunicarmi qualcosa. Senza nessuna stilografica che lo guidi lo vedo muoversi confuso e indeciso sulle direzioni da prendere, eppure sono sicuro che stia seguendo un percorso, forse un istinto. Attendo.
Un sapore trip-hop in sfrigolature acid dalle sfumature free jazz e intenzioni dubstep, se solo sapessi cosa voglia dire. Ci potrei aggiungere l'atmosfera ambient e l'atteggiamento lounge, sorretti da impalcature elettroniche. Una martellante sofferenza ricopre delle lande desolate evocate dai suoni alienati e irregolari, e in mezzo alla confusione e all'irrequietezza percepisco il dolore, quello della solitudine. Un solo colore, il rosso, opaco e intenso, è quello che la mente mi offre mentre ascolto Flying Lotus, e per quanto io mi sforzi a cercare altre tonalità l'immaginazione torna sempre alla sua prima impressione, così intensa e definita, spaventosamente nitida. Le voci degli ospiti che di tanto in tanto compaiono nel disco non spezzano la catena di suoni, pennellate musicali che ritraggono un disordine ossessionato dalla sua stessa natura, ma anzi entrano in simbiosi con essi, e la loro evocazione musicale prevale su quella lirica. Melodie sgrammaticate, interrotte e riprese, abbozzate e dimenticate, Steven Ellison non si cura di compiacere l'ascoltatore o di assecondare il suo desiderio di voler riascoltare qualcosa di già sentito, e allora ecco che la sua musica intraprende direzioni sempre impreviste, eppure dalla prima all'ultima traccia si intuisce l'appartenenza ad un contesto, in cui ad ogni brano è affidata una parte del disegno complessivo. Si coglie una ragione, la cui interpretazione talvolta passa anche solo per un colore.
Quando ero piccolo, molto piccolo, ero convinto che "la canzone" fosse stata inventata da un preciso gruppo nei lontani anni '60, e quando dico "la canzone" non intendo un pezzo che mi entusiasmi particolarmente, ma proprio il "formato canzone", un brano musicale cantato di tre minuti. Forse nella mia ingenuità credevo davvero che prima del '62 a nessuno fosse venuto in mente di usare la voce come strumento e le parole come supporto, o addirittura che prima di allora non esistesse l'idea di musica -terribile pensiero. Ovviamente non troppo tardi mi accorsi che i Beatles, così si chiamava il gruppo che mi trasse in inganno, non erano altro che un episodio neanche troppo originale di un certo momento storico musicale, che tanti avevano preceduto e altrettanti avrebbero seguito. Il potere del marketing e della sua banalizzazione erano però riusciti a ridurre la storia della musica in pochi nomi -Beatles, Elvis, Michael Jackson (...)- e dal momento che quelli di Liverpool erano i più anziani pensavo che a loro si dovesse il prodigio della musica. Poi crebbi, e seppure mi accorsi di essere stato vittima di un tranello ci ricaddi nuovamente: qualcuno mi disse che il rock'n'roll, quello che in questa seconda fase della mia vita credevo essere il primo genere della musica moderna, nacque nel '54 con la registrazione di Rock around the clock di Bill Haley & His Comets. Le nozioni sono così tranquillizzanti, permettono di ridurre ogni complessità in poche date, e il 20 maggio 1954 fu quella che mi permise di liquidare la faccenda musicale. Eppure non ero soddisfatto, in fondo non avevo fatto altro che anticipare di otto anni la certezza precedente, e mi venne il dubbio che forse avrei potuto spingermi ancora indietro, e poi ancora, e ancora.. quando venni a sapere che O sole mio era stata composta addirittura nel diciannovesimo secolo, finalmente capii che il fenomeno della canzone è qualcosa che accompagna gli uomini forse da sempre, da quando riunendoci intorno a un fuoco abbiamo cominciato a pestare dei bastoni sulle pietre e a far uscire dei suoni dalla bocca.
I tempi cambiano, gli strumenti pure, ma la necessità e la voglia di cantare restano.
La canzone è il mezzo più immediato per arrivare all'ascoltatore, senza spaventarlo e offrendogli una gamma di sentimenti incredibili nonostante il limite imposti dalla breve durata e dall'eterno susseguirsi di strofa e ritornello, eventualmente ponte. I Raveonettes sono fedeli alla Canzone, e armati solo dello stretto necessario, riducendo al midollo ogni possibile tecnicismo e alzando al massimo i riverberi e le distorsioni in sottofondo, offrono un breve compendio di cosa voglia dire fare canzoni oggi. Sono consapevoli di appartenere a un'epoca, non hanno la pretesa di fare qualcosa che la sovrasti, ma la raccontano. Testimoni del presente, sfruttano abilmente l'essenza indie proponendone le atmosfere, appoggiandosi su chitarre che si rincorrono lanciandosi in note cadenzate e arpeggi monotonamente ossessivi, pianoforti meditabondi e angosciati, batterie forti e penetranti. Semplici riff che ripetono il tema principale, cori abbozzati, duetti improvvisati e una trasandatezza di fondo, col suono sporco ed elettrico a evidenziare ogni imprecisione piuttosto che a nasconderla.
Cultori della regola dei tre accordi, raramente in un brano si spingono oltre e quando lo fanno l'impressione della semplicità e dell'immediatezza resta comunque.
Oggi non faccio più l'errore di un tempo, e anche se è vero che i Raveonettes non hanno inventato nulla di nuovo, comunque lo sanno fare bene.
Mi è successo un'altra volta. Attirato dalla rotondità del suono non potevo immaginare che dietro il progetto Zammuto si nascondesse un uomo, che di nome fa Nick, di cognome Zammuto. I cognomi e il loro essere ormai ridotti ad ammassi letterali privi di senso mi attraggono più di quanto voglia ammettere. Zammuto, un cognome, un nome o un gruppo, ma fin dall'incipit mi accorgo essere una sigla col semplice compito di designare il self-titled, e la creatura che racchiude.
Un clima asettico, sterilizzato al fine di compiere una sofisticata operazione, il delicato passaggio da materia a vita. Nessuno zombie, non si riporta sulla terra alcun essere deformato dalla morte, tutto il contrario. Il progresso ha raggiunto un punto di svolta, la tecnologia si sveglia, i computer acquistano coscienza. Automi ancora legati nei loro movimenti iniziano a prendere confidenza con la loro nuova natura, ci viene presentato l'incredibile e misterioso passaggio da macchine ad animali.
La differenza che ha sempre distinto gli uomini dagli altri abitanti del pianeta è l'intelligenza, la capacità di adattamento alle circostanze e di memorizzazione attraverso la collettività, l'umanità appunto, ed è stato ciò che ci ha permesso di arrivare a sistemi complessi e sovrastrutturati come quelli che popoliamo e immaginiamo. Sono dell'idea che a un certo punto dell'evoluzione sia successa una cosa straordinaria alla nostra mente e alla percezione che abbiamo di noi stessi. L'incessante e naturale avanzata verso l'ignoto ha dovuto trovare una giustificazione razionale, ed affinché il nostro desiderio di comprensione riuscisse a concepire l'infinito e l'infinitesimo, il tutto, siamo giunti ad ingannarci, assegnando al nostro corpo e ai nostri impulsi nervosi una natura metafisica, che andasse oltre alle capacità che disponiamo: l'invenzione dell'anima e della consapevolezza che ne deriva.
Non tanto i suoni, ché in ogni prodotto elettronico o sperimentale ce ne sono di particolari, né le voci asessuate, rese innaturali dalle plurime distorsioni, sono state la ragione di queste riflessioni, piuttosto l'approccio che Zammuto porta verso la musica mi dà l'impressione che la sua opera sia la testimonianza di questo salto, del raggiungimento di una consapevolezza, che possa essere di tipo antropologico o anche solo personale, la conquista di un nuovo sé, una rigenerazione.
Un disco da penetrare nei suoi oscuri meandri, di difficile fruizione, ma anche qui non per la "poca musicalità" o per la "troppo contemporaneità", quanto per la sua espressione, decisamente diversa dall'usuale concezione di canzone -che comunque ad essa si rifà, tanto che mi è capitato di canticchiare l'improbabile vocalizzo di Yay, ridotto a uno spastico motivetto- e che arriva a toccare aspetti spesso trascurati della nostra persona.
Spengo la luce perché al buio è l'immaginazione a illuminare.
Giorno e notte si annullano, il nero artificiale e claustrofobico di una stanza senza finestre ha preso il loro posto. Apro e chiudo gli occhi per assicurarmi che non siano le palpebre ad impedirmi di vedere, ma non cambia nulla, una terribile assenza mi si stende di fronte. In ogni direzione un nero sconfinato accoglie i miei sguardi, e se con la mano cerco l'interruttore che ho premuto poco prima, non lo faccio per azionarlo, ma solo per mostrarmi di non essere sprofondato realmente in questo non-luogo. La mia ragione vuole sapere di avere la possibilità di tornare indietro. Discretamente, come per non denunciare una certa inquietudine, allungo le dita verso la parete, e nel momento in cui mi aspetto di trovare l'oggetto della mia ricerca, perdo l'equilibrio, e nessuna parete raccoglie le mie esitazioni, anche qui, il nero ha preso il loro posto. Colto da un'improvvisa disperazione agito le braccia in maniera scoordinata, senza pensare che in questo modo alimento solo le mie paure, ma devo trovare quel pulsante, schiacciarlo, tornare dove mi trovavo! Inutilmente le mie mani si aggirano da ogni parte, e dopo aver realizzato che intorno a me non c'è più nulla -l'avevo già intuito, non volevo accettarlo-, decido di respirare profondamente e chiudo gli occhi, senza provocare nessun apparente cambiamento alla realtà che mi circonda, ma adesso non c'è più la ragione a distrarmi. Solo in questo momento mi accorgo di come la causa della mia cecità non fosse il vuoto, ma la vista stessa. Mi concentro sulle impressioni, le sensazioni che la situazione mi offre, affidandomi agli altri sensi, noti e ignoti.
Mi muovo, inizialmente procedo a tentoni cercando di non sbilanciarmi troppo ad ogni passo che faccio, ma presto mi affido all'istinto, e ogni volta che inciampo, mi rialzo e ricomincio a vagare senza meta, deciso a raggiungerla. Non mi ero ancora reso conto del leggero odore di pesca, o forse melone, che si respira, annuso più forte, decisamente pesca. Cammino senza curarmi di avere una postura corretta, seguendo una direzione indefinita e delicatamente irrazionale. Ho perso la concezione del tempo, concetto che in questo spazio ha perso valore, come le proporzioni.
Lentamente sento avvicinarsi dei suoni, sospiri strumentali provenienti da ogni dove che giungono fino alle mie orecchie. Delle voci sovrumane, troppo umane, la cui intensità è monumentalizzata dalla quiete dei suoni su cui poggiano, si mischiano alle orchestrazioni che si vanno costruendo. Una presenza sonora ancora più acuta del buio che ho sconfitto mi sta assorbendo. Apro gli occhi e scopro una moltitudine sconfinata di suoni scorrere placidi, lasciano scie infinite da ripercorrere in un'altra forma, volteggiano e fluttuano come fosse la cosa più naturale. Riconosco tra loro voci e note, avverto echi e atmosfere, ma è difficile individuarle, si scompongono e si riformano in nuove creature, senza però alterare l'insieme, limpido.
Porto le mani al volto per avere conferma, le mie palpebre sono ancora abbassate.
Il concerto è l'incontro con l'artista. L'apice di una relazione, il momento in cui si concretizza quanto è racchiuso nei suoni, ricreandoli in un contesto estremamente intimo, diretto, rivolto all'ascoltatore, solo per lui, in quel preciso momento. Più di uno spettacolo, è l'esperienza fondamentale per cogliere appieno l'artista e l'interpretazione che dà alla sua opera, perché una volta nata questa potrebbe anche esistere senza lui, ma quando ti ritrovi davanti il creatore di quei suoni dare loro una veste inedita, sempre diversa, riesci ad andare al cuore della sua arte, a farti invadere dalla musica che ti circonda, presente e irripetibile. Alcune persone ce la mettono tutta per riuscire a dare eternità a quegli istanti, e allora ti distraggono con delle ingombranti macchine fotografiche, dando l'impressione di essere più interessati ad archiviare l'esperienza piuttosto che a viverla; altre invece non appena il ritmo comincia a farsi più frenetico si sentono giustificate ad alzare pugni e gomiti, dando finalmente senso alla loro impaziente attesa di salti e daichescattailpogo; altre ancora vedono nel concerto, soprattutto quello racchiuso nel formato festival, l'ennesima possibilità di socializzazione, corredata di birra e naturalmente amici.
Per quanto mi riguarda, concepisco il concerto come il mezzo principale di comunicazione tra me e i musicisti presenti sul palco, qualunque esso sia. La musica è il centro di questo dialogo prevalentemente unidirezionale, ma il mio apporto è fondamentale, gli artisti sono lì per me. Il luogo deve favorire questa connessione, permettendomi di concentrarmi appieno sulla creazione che mi circonda, per questa ragione amo i concerti nei teatri e nelle arene, un po' meno quelli nelle discoteche e negli stadi.
Non importa conoscere la musica che viene suonata, l'abilità di musicisti all'opera è anche quella di riuscire ad arrivare all'ascoltatore senza che questo li abbia mai ascoltati -mi è successo più volte di rimanere entusiasmato da "anonimi" gruppi spalla. Chiaramente se si affronta un concerto preparati, l'effetto può essere ancora più intenso, per questa ragione ho voluto conoscere i Tame Impala prima di andare ad ascoltarli dal vivo.
Suoni liquidi, che fluttuano, scorrono e si sciolgono. Distorsioni riverberi ritardi, una barriera sonora che si abbatte sulla mente, scaraventando onde di musica che rimbalzano per ogni angolo della testa, entrandoci confusamente per ricomporsi al suo interno. Canzoni semplicemente belle, esasperate e stravolte da un'idea, che le sublima attraverso suoni fluidi che avvolgono, e più stringono più ci si sente liberi. Spruzzi di colori accesi macchiano l'ascolto, rendendolo un variopinto collage di impressioni dai toni sorprendentemente opachi, perché sotto tanta euforia e freschezza si percepisce un certa inquietudine, che intensifica maggiormente la potenza del disco. Fare psichedelia in musica oggi è rischioso, ma Kevin Parker e i suoi Tame Impala ne hanno elaborata una propria, e dietro un visino innocente e una voce da bambino infastidito si nasconde un'uomo dalle idee chiare, con qualcosa da dire e la capacità di saperlo comunicare. Armato di innumerevoli artifici -in fase di montaggio palco mi ha stupito vedere comparire una sola tavola di effetti per la chitarra; mi ha rassicurato vederla affiancata da un'altra ancora più grande, per un totale di una ventina di pedali per un singolo strumento- il giovane Kevin Parker dà forma alle proprie immagini oniriche, e mi ipnotizza mentre la sua chitarra rincorre il proprio suono lasciandosi alterare da intricati meccanismi tecnologici.
Durante l'ascolto di Lonerism mi è successo una cosa strana. Mi trovavo immerso in una grigia palude, solo il mio capo sporgeva dal fango, riuscivo a respirare ma la sensazione che presto ne sarei stato inghiottito mi stava soffocando. Alzo la testa, sopra di me lontanissimi alberi stendono intricate liane che oscurano la luce del sole, facendomi credere per qualche istante che sia notte. Lentamente sento scivolarmi di dosso il liquame che fino a un attimo prima mi stava divorando, una strana forza mi attrae verso le fessure di luce che mi scrutano dall'alto. Una volta uscito dalla melma la mia ascesa non si ferma, adesso sono fuori, con tutto il mio corpo, ma continuo a salire, incessantemente, lentamente. Tendo un braccio verso l'alto e mi accorgo che anche i miei gesti sono rallentati. Una strana pace invade le mie azioni, la consapevolezza di raggiungere lo sbocco che mi libererà da questa prigione verde scura è una certezza, e non importa quanto ci metterò.